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di Stefano Susani, Operations Director MWH – Sud Europa
“The big idea: the sustainable economy” è il titolo di un illuminante articolo di Yvon Chouinard, Jib Ellison, and Rick Ridgeway apparso di recente sull’Harvard Business Review (HBR). Nell’edizione italiana di HBR di ottobre, viene pubblicata una versione italiana dell’articolo che ho avuto il privilegio di commentare in una pagina che condivido con voi in questa newsletter.
“Terminata la lettura dell’articolo di Chouinard, Ellison e Ridgeway, mi sono procurato lo studio in cui la Banca Mondiale è arrivata a stimare in 44 trilioni di dollari il patrimonio di infrastrutture naturali del pianeta (i servizi resi dagli ecosistemi, come li definiscono gli Autori). Rendersi conto che è possibile una quantificazione finita di una risorsa così preziosa, e che il suo valore in denaro corrisponde ad un numero tutto sommato non smisurato, induce una certa sorpresa. E’ facile immaginare cosa potrà succedere quando la voce di costo di un prodotto o, perché no, di un servizio includerà la componente di danno alla comunità indotta dal venir meno di benefici garantiti da infrastrutture naturali.
Capita di frequente, ormai, di incontrare metriche e certificazioni di settore (volontarie) che mirano a quantificare concretamente il contributo di sostenibilità di un’attività economica, sia essa volta alla realizzazione di un prodotto o alla costruzione di un’infrastruttura. Tuttavia, mancando un sistema come quello prefigurato dagli Autori (un prezziario!) e che porti il consumatore a identificare con immediatezza il costo ‘vero’ di un manufatto (molto potente l’immagine della bar tag e dello smartphone), le metriche esistenti si riconducono sempre a una ‘buona pratica’ o all’evidenza del buon senso. Ciò le rende ‘opinabili’ o quantomeno relegabili all’ambito della ‘buona azione’ o del ‘buon sentimento’.
Con approccio finalmente (eco)pragmatico, e assolutamente non idealistico, questo metodo potrà avere una splendida applicazione nel mondo che mi è più familiare, quello delle grandi infrastrutture, diverso da quello della grande produzione ma pur sempre rilevante in termini di criticità per l’economia e per l’ambiente. Per quanto siano ormai consolidati i concetti di impatto e di compensazione, è spesso difficile poterli ricondurre ad una metrica riconosciuta nel ‘mondo degli affari’. Un esempio: immaginiamo di dover valutare la redditività di un nuovo impianto idroelettrico o di una nuova infrastruttura trasportistica. Quale incredibile efficacia avrebbe un piano che esprima il ritorno finanziario dell’investimento contabilizzando esplicitamente anche il costo delle infrastrutture naturali terminate o interrotte?
Questa visione pragmatica non è un bene solo per la messa in atto di pratiche sostenibili, ma anche perché le fa diventare l’ingrediente essenziale di una strategia imprenditoriale che può cambiare le regole del mercato e che può creare una cornice di competizione completamente nuova per interi settori d’impresa.
C’è un altro aspetto, molto suggestivo, che ritorna spesso nell’articolo e che rappresenta uno stimolo notevole per un imprenditore. Di quei 44 trilioni, 29 sono collocati nei Paesi in via di sviluppo, una misura del valore di tali infrastrutture naturali non potrà non tenere conto del loro valore ‘globale’. Ovvero, dal momento che il pianeta è di fatto un insieme di sistemi interdipendenti (Gaia, o pianeta vivente), l’effettuare delle scelte che ne alterino la funzionalità locale (l’intervento su di una infrastruttura naturale o l’interruzione di un servizio prestato da un ecosistema) potrebbe avere effetti ‘globali’ e quindi costi corrispondentemente enormi, tali da mettere in discussione, una volta ‘misurati’, strategie e politiche oggi guardate come non discutibili o generare opportunità che non sono neppure sulla carta. In questo contesto avranno una parte importante tutte le iniziative ispirate alla ‘frugal (reverse) innovation’, che vengono spinte dal fondo della piramide sociale dei paesi in via di sviluppo e che trovano il loro maggior valore nel minore impatto che hanno sugli ecosistemi naturali.
La fase delle iniziative isolate e di nicchia nel campo della sostenibilità è dietro le nostre spalle e vedremo presto nascere iniziative di settore, magari calibrate su intere supply chain, che non potranno non generare un effetto a catena modificando i concetti di strategia d’impresa così come li conosciamo.” *
*Per gentile concessione di Harvard Business Review Italia.
di Stefano Susani, Operations Director MWH – Sud Europa
Gli ultimi due secoli ci hanno abituato a correlare direttamente la crescita economica alla progressiva diminuzione del prezzo delle risorse naturali: dai prodotti alimentari all’acciaio, dall’acqua all’energia, dalla terra coltivabile al legname… ma cosa succede se progressivamente i prezzi di queste risorse crescono, riflettendo un aumento vertiginoso della domanda e una sofferenza...