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Newsletter Settembre-Ottobre 2011

Acqua: bene per tutti o risorsa da gestire?

Con i risultati del referendum dello scorso giugno, il dibattito sulla privatizzazione del sistema idrico sembra essere destinato a spegnersi. Almeno per cinque anni, passati i quali si potrà tornare a legiferare in materia. Per semplificare, i nostri elettori auspicano un servizio idrico con investimenti e management pubblici e una tariffa che continui ad essere tra le più basse del mondo.

 Eppure, in tempi di manovra finanziaria, di sanzioni europee e di crisi economica, la questione è tutt’altro che sopita e il problema, oggi solo rimandato, dovrà prima o poi essere affrontato con urgenza.

Per capire meglio le implicazioni della situazione italiana abbiamo chiesto il parere del dott. Saverio Bratta, Direttore Generale di BrianzAcque ed esperto in materia (di formazione economica, è stato membro della Commissione Nazionale di Vigilanza per le Risorse Idriche presso il Ministero dell’Ambiente e, tra le varie esperienze di consulenza aziendale nel settore, ha seguito la redazione del Piano d’Ambito della Città di Milano.)

“Non è una questione di pubblico o privato, ma di buona o cattiva gestione”, spiega Bratta. “Al di là dei giudizi ideologici, la principale conseguenza del referendum è l’incertezza per il futuro degli investimenti, che sono oggi vitali per ammodernare il nostro sistema e garantire un servizio di qualità. ”

ACQUA_tariffe

Secondo la Relazione annuale al Parlamento sullo stato dei servizi idrici del 2009, il nostro sistema idrico versa in condizioni preoccupanti. I gestori non investono adeguatamente; circa il 37% dei volumi idrici immessi non viene fatturato - dunque è perso- ma inquieta ancor più la scarsa capacità di misurare i volumi idrici gestiti e le perdite da parte dei gestori. Parliamo, dunque, di cattiva gestione ed infrastrutture obsolete.

“La cosiddetta legge Galli del ‘94 ha cambiato profondamente l’organizzazione del sistema di gestione della risorsa idrica” continua Bratta. “Ho sempre apprezzato il principio che la ispira, vale a dire l’accorpamento territoriale (da cui l’istituzione degli ATO, o Ambito Territoriale Ottimale) e quello di filiera, con un unico gestore responsabile di tutte le fasi che vanno dalla depurazione alla collettazione e distribuzione delle acque. Dopo la promulgazione della Galli, siamo passati da circa 10mila gestori, coincidenti con i Comuni, a circa 300 operatori industriali. La strada da fare è ancora lunga, purtroppo, poiché l’implementazione del sistema è ancora molto parziale.”

“Nell’ambito della legge Galli un ruolo fondamentale spettava alle Autorità dell’Ambito Territoriale dalle quali dipendeva il controllo dell’operato del gestore sulla tariffa e sugli investimenti. Purtroppo solo alcune esperienze hanno raggiunto livelli di eccellenza.”

 

“Vero è che il dibattito sull’acqua pubblica ha un fortissimo connotato emotivo che è difficile da ignorare. Spesso si dimentica che l’acqua non è una risorsa naturale che arriva a noi spontaneamente, come succede con l’aria che respiriamo. L’acqua che beviamo, fino a quella che immettiamo nelle fognature, subisce dei trattamenti e questi hanno un costo. Investire in un sistema più efficiente e in infrastrutture migliori è fondamentale per il futuro del nostro Paese. Inoltre, non possiamo ignorare che si prospettano serie sanzioni europee nei nostri confronti non appena le nuove Direttive UE sulla depurazione verranno applicate. ”

Ma se è vero che aumentare gli investimenti sarà indispensabile per migliorare un sistema che “fa acqua da tutte le parti”, quali sono gli interventi possibili? Le opzioni non sono tante: aumentare le tariffe oppure aumentare i contributi pubblici. Basta poco per capire che in entrambi casi sarà molto difficile evitare un aumento dei costi per l’utente finale.

“Quello che veramente conta è il rapporto qualità prezzo, non tanto il costo in sé”, sottolinea Bratta. “C’è una certa sfiducia del consumatore nei confronti di chi gestisce la risorsa idrica, specie se si parla di profitti per il privato, ma in realtà bisognerebbe puntare alla qualità e ad un buon meccanismo di controllo basato sull’istituzione di un’Authority ben funzionante.”

 

Quali sono gli esempi nazionali o internazionali cui ispirarsi, quindi?

Secondo Bratta “potrebbe essere determinante il ruolo della neo-istituita Autorità di Vigilanza delle Risorse Idriche che permetterebbe di controllare i gestori e tutelare gli utenti. Un modello italiano interessante di autorità indipendente è quello dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas che giudico un’esperienza positiva. Anche dall’Europa ci vengono modelli positivi nel settore idrico, ad esempio quello inglese che ha raggiunto un accorpamento territoriale e di filiera invidiabile. Inoltre, la loro OFWAT (Water Service Regulation Authority)ha dimostrato di esercitare un’azione di controllo indipendente ed efficace.”

Il modello di privatizzazione inglese venne introdotto da Margaret Thatcher nel 1989 in Inghilterra e Galles, ed è oggi caratterizzato da una stringente capacità di pianificazione su base quinquennale in un mercato realmente competitivo, come ci spiega Richard Ratcliff, responsabile del settore acque per MWH in Europa:

“A oltre 20 anni dall’avvio della privatizzazione, il sistema anglo-gallese ha raggiunto dei livelli di efficienza talmente elevati che –a fronte di un iniziale aumento tariffario - si prevede presto una diminuzione del costo per gli utenti e quindi delle tariffe. La nostra esperienza è considerata un successo. E’ impensabile sperare che nel mondo Occidentale i sistemi pubblici possano essere sostenibili ancora a lungo. In Inghilterra e Galles, gli utenti pagano il costo effettivo dell’acqua che usano e questo è l’unico modo per garantire un sistema che generi profitti e quindi futuri investimenti e maggiore efficienza.”

La privatizzazione nel Regno Unito arriva in un momento storico – il Thatcherismo - culturalmente favorevole per fare anche dell’acqua un qualunque servizio disponibile sul mercato purché con elevati requisiti di qualità. La forte pressione fiscale, il gravissimo deterioramento delle infrastrutture, la necessità di allinearsi a nuovi standard europei, sono le argomentazioni che permettono al Governo dell’epoca di portare a termine un’opera di privatizzazione mastodontica.

“Con la riforma dell’89 si passò da quasi 1400 società pubbliche a 21 società private che si occupano di acqua potabile e acque reflue”, spiega Ratcliff. “In quel momento storico la sola possibilità di acquistare in borsa azioni da queste nuove e promettenti società creò un clima di generale entusiasmo ed accettazione popolare. Inoltre, l’Authority per l’acqua ha sempre funzionato da ottimo garante per il mercato. Ed è proprio questo, a mio parere, uno degli elementi fondamentali per replicare il nostro successo anche in altri Paesi europei”.

 
 

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