Please wait...La sostenibilità nei porti
Il tema della sostenibilità riguarda simultaneamente il porto presente su un territorio e la città che lo ospita. Da qui la creazione di porti urbani e porti industriali volti a soddisfare l’esigenza di avere città sostenibili da un punto di vista ambientale, sociale ed economico. Ne parlano Paolo Viola – esperto urbanista – e Antonino Rapisardi – Project Manager di MWH esperto di bonifiche e gestione di sedimenti contaminati nelle aree portuali.
A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia la crescita industriale del nostro Paese deve moltissimo alle proprie risorse portuali, infrastrutture strategiche che oggi necessitano di essere rilanciate e rafforzate. Già nel 1861, poco prima di morire, Cavour scriveva: “Il sottoscritto, preposto all’amministrazione delle cose di mare di uno Stato collocato nel mezzo del Mediterraneo, ricco di invidiabile estensione di coste e di una numerosa popolazione marittima, sente il dovere di dare il più ampio sviluppo alle risorse navali del Paese”.
Oggi la sfida si chiama sviluppo sostenibile. Ci si chiede come le aree portuali, specie quelle commerciali e industriali, da grandi bacini di emissioni di CO2 e di sostanze inquinanti, possano trasformarsi in esempi di sostenibilità ed efficienza nell’uso delle risorse e degli spazi naturali.
Il tema della sostenibilità nelle aree portuali va esaminato da diversi punti di vista:
l’impatto sul mare, pensiamo alla qualità dell’acqua nei suoi vari utilizzi per attività come la balneazione, il diporto, la pesca, ecc.
l’impatto sul territorio e in particolare sulla linea di costa, urbanizzata o meno, che è comunque sempre molto vulnerabile dal punto di vista ambientale e paesaggistico;
l’impatto della presenza fisica e dei movimenti delle navi in funzione delle loro diverse tipologie (passeggeri, traghetti, merci sfuse, container, petroliere, ecc.), sia sul paesaggio (urbano o non urbano) che sulle infrastrutture (strade, ferrovie) e soprattutto sulla comunità e sull’economia locale;
l’impatto su tutti gli operatori interessati (stakeholders), in termini di investimenti di capitali per il mantenimento, lo sviluppo ed il rilancio delle aree portuali italiane in termini di competitività.
“Se esaminiamo i grandi porti italiani, notiamo che essi nascono e si sviluppano sempre intimamente legati a una città della quale finiscono per fare parte”, spiega l’ing. Paolo Viola, fondatore dello Studio Viola Ingegneri & Architetti Associati, esperto urbanista e di sostenibilità nei porti.
“Crescendo, la città e il porto tendono a soffocarsi reciprocamente: da una parte le nuove tipologie di traffico (soprattutto i container e le autostrade del mare) hanno bisogno di spazi a terra sempre più grandi che il porto vorrebbe “rubare” alla città, dall’altra la città tende a riappropriarsi del suo affaccio sul mare, e dunque a comprimere le aree portuali espellendone le attività più fastidiose sotto il profilo urbano.
“La soluzione più logica, che si è perseguita più frequentemente (da Marsiglia a Barcellona, ma anche da Taranto e a Genova) è quella di lasciare le attività più “pulite” (crocieristica, diporto nautico, dunque passeggeri e poche automobili) nel porto storico urbano e portare lontano dalla città, in una nuova struttura portuale, le attività più “sporche” e invasive (merci e dunque container, mezzi commerciali, automobili, ecc).
“Questo processo, che avviene gradualmente e che dipende dalle peculiarità del territorio e dalle reti delle infrastrutture (autostrade, ferrovie), da una parte libera aree preziose nelle parti più ambite e centrali della città, dando luogo alla formazione dei cosiddetti nuovi waterfront urbani, dall’altra consente di razionalizzare la movimentazione e il trasporto delle merci in aree portuali progettate in funzione delle moderne esigenze del loro traffico.
“La distinzione fra porto urbano e porto industriale è alla base di qualsiasi tentativo di rendere sostenibili sia la città che il porto, dovendo ciascuno di essi soddisfare esigenze diverse e quindi producendo effetti diversi di carattere ambientale, sociale, economico.”
L’ing. Viola ci racconta, poi, del progetto del porto di Genova che porta la firma di Renzo Piano “dove - nella parte più antica del porto storico, fra la Porta Siberia e il Ponte dei Mille - è stato creato un sistema di piazze pubbliche sulle quali affacciano l’Acquario, il Museo del Mare, gli uffici della Capitaneria di Porto, alberghi, ristoranti, bar, negozi, parcheggi interrati, ecc., con una perfetta connessione con il centro storico della città grazie anche a un sottopasso della circonvallazione a mare.”
In altre parole, il ridisegno del waterfront urbano, anche in presenza di talune attività portualistiche (purché compatibili), rappresenta un’opportunità normalmente unica ed irripetibile di rinnovamento della città e conseguentemente di avanzamento della sua sostenibilità.
Spazio urbano e spazio portuale, dunque, possono trovare soluzioni di convivenza. Ma, al di là della posizione geografica dei porti, è possibile pensare ad un reale equilibrio tra questi e l’ambiente in cui si collocano?
“Negli anni ’50 e ’60 l’Italia ha vissuto uno sviluppo industriale importante che ha comportato, in pochi anni, la nascita di diversi porti industriali con impianti e servizi legati al settore sia del trasporto merci, sia dell’industria petrolifera, chimica e manifatturiera in generale”, spiega l’ing. Antonino Rapisardi, Project Manager di MWH S.p.A. ed esperto di bonifiche e gestione dei sedimenti contaminati nelle aree portuali.
“In quegli anni, la mancanza di un adeguato quadro normativo e della giusta sensibilità e cultura ambientale, insieme a uno sviluppo industriale alimentato da una crescita economica sostenuta, hanno contribuito a deteriorare la qualità ambientale di tali aree”.
“Ancora oggi, il nostro Paese fa i conti con un lascito di contaminazioni storiche che sono state affrontate solo in parte. L’urbanizzazione e il turismo hanno poi contribuito ad aumentare il valore degli immobili ed, in generale, delle proprietà commerciali nelle zone costiere, pertanto oggi i porti sono sotto la lente di numerosi stakeholder: operatori portuali, investitori nazionali ed esteri, operatori turistici, politici, legislatori, cittadini. Senza contare poi il traffico navale che nel Mediterraneo interessa vaste aree che vanno dall’Europa alll’Africa e il Medio Oriente.
“Tutte queste parti interessate vedono di gran interesse il rilancio delle principali realtà portuali ed industriali italiane, tuttavia una serie di aspetti ambientali pongono delle rilevanti criticità gestionali e di sostenibilità.”
“Nonostante le recente innovazione normativa (D. M. 7 novembre 2008)”, continua Rapisardi, “nonché lo sforzo compiuto per avviare interventi di caratterizzazione ambientale, gli interventi di bonifica dei sedimenti contaminati stentano, sia a livello nazionale che internazionale, ad ottenere il consenso necessario alla loro implementazione su larga scala.
“Gli aspetti maggiormente controversi riguardano la determinazione della necessità di procedere o meno con interventi di bonifica, ma anche la scelta della tecnica di bonifica maggiormente idonea e, infine, il destino dei materiali dragati (qualora la tecnica di bonifica preveda la rimozione dei sedimenti contaminati).
“Sui primi due aspetti è fondamentale utilizzare metodologie di intervento basate sulla valutazione del rischio sanitario ed ecologico che il sedimento contaminato pone, rispettivamente, per l’uomo e per l’ambiente.
Inoltre, è necessario valutare attentamente la tecnica di bonifica più idonea e valutare qualora sia opportuno procedere mediante la rimozione dei sedimenti o se siano percorribili delle soluzioni meno invasive quali la copertura superficiale (capping), il trattamento in situ (una specie di “pulitura” dei sedimenti svolta sul posto) oppure il monitoraggio del recupero naturale.”
La salute dei nostri porti passa, quindi, anche per l’innovazione tecnologica e per le competenze tecniche degli esperti di bonifiche. Non sempre la rimozione dei sedimenti contaminati è la soluzione giusta, ma è l’unica soluzione percorribile, ad esempio, in quei porti ove è necessario garantire una profondità minima per il passaggio navale.
“Il conferimento in “vasche di colmata”, spiega Rapisardi, “ossia un bacino di contenimento impermeabilizzato, rappresenta una soluzione progettuale già contemplata presso diverse aree portuali. Il vantaggio, infatti, è che una volta completata la copertura superficiale della vasca stessa, si guadagna un ulteriore spazio utile per le attività portuali. Gli aspetti ambientali di tali interventi devono tuttavia essere attentamente valutati e spesso hanno costituito, localmente, motivo di controversie nell’opinione pubblica e tra i vari stakeholders coinvolti. ”
La necessità di una gestione più sostenibile dei porti europei e delle loro contaminazioni è sicuramente tra le priorità dei Paesi dell’Unione.
Pensiamo, in particolare, alla Convenzione di Londra (per lo smaltimento in mare) e alle Direttive Quadro sui rifiuti (per lo smaltimento a terra) che richiedono una gestione dei sedimenti più sostenibile (tra cui riconoscere l’importanza del riutilizzo), la minimizzazione dei rifiuti e la presa in considerazione del concetto delle 3R (Ridurre - Riutilizzare - Riciclare; la cosiddetta Waste Hierarchy).
“Il riutilizzo sostenibile ha avuto, però, come principali fattori limitanti le preoccupazioni legati ai costi, alla qualità dei prodotti e ad un disallineamento spaziale o temporale tra la disponibilità e le opportunità di riutilizzo del materiale dragato,” aggiunge Rapisardi. “Così, da un punto di vista di protezione ambientale, una gestione dei sedimenti che tenga conta degli aspetti economici e di quelli di sostenibilità, richiede sempre più un pensiero strategico a livello nazionale, una capacità di pianificazione e l'investimento in infrastrutture per consentire approcci creativi e flessibili.”
Oggi dunque, quasi tutti i componenti della “Supply chain” sono tasselli fondamentali per rendere i porti italiani più sostenibili. Il giusto dialogo e una collaborazione concreta tra chi si occupa di tutela ambientale, di attività industriale e del risviluppo del territorio sono la chiave per un futuro sostenibile.
di Stefano Susani, Operations Director MWH – Sud Europa
Gli ultimi due secoli ci hanno abituato a correlare direttamente la crescita economica alla progressiva diminuzione del prezzo delle risorse naturali: dai prodotti alimentari all’acciaio, dall’acqua all’energia, dalla terra coltivabile al legname… ma cosa succede se progressivamente i prezzi di queste risorse crescono, riflettendo un aumento vertiginoso della domanda e una sofferenza...