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di Stefano Susani, Operations Director MWH – Sud Europa

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Tra crisi economica ed emergenza climatica, il mondo è appena entrato in un anno pieno di sfide.




 

L’anno dei Maya è appena cominciato, ma, fiducioso che il mondo non finirà qui, in questo editoriale vorrei offrire alcuni spunti su quelle che ritengo possano essere le principali sfide del 2012 e del futuro per lo sviluppo sostenibile. Per farlo, è utile rivolgere anche un breve sguardo all’anno appena passato, ricco di avvenimenti geopolitici che hanno avuto un impatto indiscutibile sugli equilibri economici (ed ecologici) del mondo.

 

Uno sguardo al 2011

I tumulti della primavera araba hanno aperto il 2011 mettendo a nudo la grande vulnerabilità energetica dell’Europa nei confronti della Libia, da cui cominciamo solo ora a riprenderci.

A marzo, la località giapponese di Fukushima viene colpita da un terremoto del 9° grado della scala Richter, cui seguirà un terribile tsunami che danneggerà la vicina centrale nucleare e comprometterà l’ecosistema circostante. L’intero settore nucleare giapponese e, successivamente, quello mondiale vengono messi in ginocchio dall’incidente. Paesi come la Germania, la Svizzera, il Belgio e l’Italia (con il referendum), dicono no al nucleare e mettono il mondo di fronte a un dilemma che forse scioglieremo solo fra varie generazioni. Sempre in primavera, il precedente Governo italiano annuncia nuovi tagli agli incentivi per le rinnovabili, sollevando la protesta degli operatori del settore, ma soprattutto creando una forte incertezza normativa che scoraggia gli investitori esteri.

A luglio, l’International Energy Agency certifica che la Cina è il primo consumatore mondiale di energia, ma anche il maggiore investitore in energie rinnovabili.

Ottobre sancisce un traguardo storico per il pianeta: siamo ormai a quota 7 miliardi di abitanti. Secondo il World Population Prospects delle Nazioni Unite, nel 2050 supereremo i 9 miliardi, un numero che ci pone di fronte a un’emergenza di gestione delle risorse che non può attendere.

Eppure, il Summit sul Clima di Durban tenutosi a dicembre, quasi oscurato dall’attenzione mediatica di Occupy Wall Street, ha chiuso l’anno con segnali scoraggianti per lo sviluppo sostenibile. Per la prima volta Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati (Cina compresa) si sono impegnati a sottoscrivere entro il 2015 un accordo che diventi legalmente vincolante nel 2020 per ridurre le proprie emissioni. E mentre la politica continua a procrastinare, un coro di scienziati afferma che è già troppo tardi e che, invece di raggiungere l’obiettivo di ridurre la temperatura di 2°C, in pochi decenni la innalzeremo di altri 3.

 

Il futuro che ci aspetta

A portare un pizzico di ottimismo per questo nuovo anno, ci pensano i confortanti dati del Rapporto Green Italy 2011. L’economia verde sfida la crisi divulgato un paio di mesi fa da Unioncamere. Si tratta di un rapporto tutto italiano sulla crescita dell’economia sostenibile nel nostro Paese e dell’occupazione in questo campo. Completamente controtendenza, s’intende. Il 38% delle assunzioni del 2011 ha riguardato posizioni nella cosiddetta green economy. Tanti di questi nuovi occupati sono giovani neolaureati e, per non lasciarsi sfuggire questi talenti, alcune società di selezione hanno creato delle sezioni specifiche per il Green Business. E il dato è destinato a crescere nel 2012, perfino in aria di recessione. Tra il 2008 e il 2011, quasi il 24% delle imprese italiane ha investito in tecnologie e prodotti ecosostenibili. Inoltre, più del 34% di queste è presente sui mercati esteri, contro il 18% circa delle imprese che non puntano su questo settore. Perfino la distribuzione geografica di questi investimenti, secondo il Rapporto, sorprende per un’insolita omogeneità tra nord e sud.

Ci piace e ci rassicura pensare che, in tempi di crisi, lo sviluppo sostenibile possa creare un volano di crescita per il nostro Paese, che, però, ci insegnano gli eventi più recenti, è parte di un sistema globale di interdipendenze politiche e finanziarie molto complesso.

Ecco perché eventi come Rio+20 e il post-Kyoto interessano da vicino il futuro di tutti.

Dal 4 al 6 giugno 2012, le Nazioni Unite organizzano la Conferenza Rio+20 sullo sviluppo sostenibile. + 20 perché realizzata appunto 20 anni dopo il primo “Earth Summit” di Rio del 1992, che per la prima volta raccolse oltre 100 capi di Stato e sancì la responsabilità politica degli Stati di incorporare la protezione ambientale e la lotta alla povertà nei propri programmi di sviluppo economico.

Dopo le delusioni di Cancun e di Durban, ci chiediamo quale possa essere l’esito concreto di simili consessi. Non è escluso, poi, che l’aggravarsi della crisi finanziaria globale sposti l’attenzione verso altri temi rispetto a quelli ambientali.

Il 2012, inoltre, è la “data di scadenza” del protocollo di Kyoto che, per lo meno, ha avuto il merito di essere il primo vero accordo ambientale globale della storia. Purtroppo, però, pur avendo valore legale, non è mai stato accompagnato da sanzioni. Tanto che il Canada, fortemente inadempiente agli obiettivi, ha già deciso di tirarsi fuori. Si parla di Kyoto II a partire dal 2013 a cui aderiranno l’Europa e parte dei Paesi industrializzati, ma i meccanismi non sono ancora certi.

Guardiamo con attenzione, infine, al Green Climate Fund, uno dei pochi risultati di Durban che consiste in un fondo di circa 100 miliardi di dollari messi a disposizione dei Paesi ricchi perché quelli poveri riducano le emissioni e si adattino ai cambiamenti climatici attraverso un adeguato salto tecnologico.

Le decisioni di oggi determineranno il futuro di domani e i nostri figli ci giudicheranno per questo. Oltre all’ottimismo di chi crede nell’innovazione, resta purtroppo un sottile senso di frustrazione verso quello che avremmo potuto fare molto prima. 

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