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di Stefano Susani, Operations Director MWH Sud Europa

Nel 2007, il settimanale britannico The Economist pubblicava un interessante contributo di John Grimond dal titolo “The world goes to town” (Il mondo va in città), dedicato all’evoluzione in chiave urbana dell’umanità. Secondo l’autore lo sviluppo umano coincide quasi interamente con quello delle città, tanto da poter parlare di un’evoluzione dell’homo sapiens in homo urbanus.
Come sottolinea Grimond, è stato nelle città che l’uomo si è liberato dalla tirannia della terra ed ha potuto sviluppare capacità nuove, imparare da altra gente, studiare, insegnare e dedicarsi all’arte.
Vista come un agglomerato capace di accentrare risorse, ricchezza e innovazione, la città appare come la fucina ideale per lo sviluppo della nostra specie. Con l’avvento dell’urbanesimo, la velocità di crescita del genere umano in termini di popolazione, ricchezza e tecnologia, è aumentata in modo esponenziale. Nel 1800, solo il 3% della popolazione mondiale viveva in centri urbani, oggi siamo a oltre il 50%. Nel 2025 si prevede che in Cina ci saranno 15 megalopoli da oltre 25 milioni di abitanti.
Siamo di fronte ad un trend di dimensioni globali gigantesche e le sfide ad esso connesse sono altrettanto importanti. Parliamo di scarsità di risorse naturali, difficoltà di approvvigionamento energetico, aumento della popolazione mondiale, cambiamenti climatici. Eppure è proprio la città, con un nuovo concetto di urbanesimo, che offre le soluzioni più convincenti per affrontare queste sfide impellenti.

“Contrastare il cambiamento climatico e la futura sfida energetica senza una forma più sostenibile di urbanesimo sarà impossibile”, afferma Peter Calthorpe nel suo Urbanism in the age of climate change (Island Press, 2011).
Sulla stessa lunghezza d’onda sono le tesi del cosiddetto movimento “Neo-urbanesimo” che promuove la creazione di comunità caratterizzate da elementi strettamente interrelati al proprio interno, dove lo standard di vita del singolo individuo sia superiore a quello attuale grazie a processi di innovazione sostenibile.
Le comunità neo-urbane altro non sono se non le vecchie città rivisitate secondo logiche innovative e sostenibili nelle parti che le compongono. Sono luoghi dove esistono una migliore circolazione delle persone (tempi limitati di percorrenza tra casa e ufficio) e una più funzionale connessione tra le vie commerciali, quelle trafficate e le strade residenziali. Nelle comunità del futuro prossimo, la distribuzione degli spazi è più razionale (piccoli quartieri residenziali con appartamenti, negozi e uffici) e migliora la qualità delle architetture e del design, concepito in base a criteri green (risparmio e autosufficienza energetica, riciclo dei rifiuti, risparmio idrico, ecc.).
La città diviene, quindi, il cuore dell’innovazione e dello sviluppo sostenibile, ottenendo un minor impatto ambientale delle attività umane, un utilizzo di tecnologie realizzate nel rispetto dell’ambiente, efficienza energetica, più produzione locale, meno automobili.

In questa idea di urbanesimo dove coesistono un nuovo modo più frugale di vivere la prosperità e una forte spinta all’innovazione tecnologica, i benefici economici non mancano.

L’homo urbanus del futuro potrà contare su meno traffico, meno stress, migliori condizioni di salute e maggiore vicinanza ai principali nodi stradali e ai servizi. Si prospetta un generale risparmio per gli sviluppatori dovuto alla migliore ripartizione degli spazi e all’efficienza energetica, unito presumibilmente ad un’accettazione più consapevole delle tasse e, dunque, un vantaggio per le municipalità competenti. Le nuove comunità vivranno una forte spinta verso la modernità, ma anche verso forme di economia distrettuale più tradizionali, dove le attività produttive locali collaborano maggiormente e generano economie di scala. Il mercato residenziale assumerà un ruolo sempre più rilevante e attirerà quote di capitali sempre più elevate, tanto che nasceranno anche fondi immobiliari specializzati sull'edilizia privata.
La rivoluzione neo-urbana non è poi così lontana (leggi l’articolo “La riconquista delle aree industriali alla città: il caso del Porto di Rotterdam”). Il modo più saggio per sostenerla è pianificare una graduale introduzione dei suoi principi, misurandone man mano i risultati. E, soprattutto, puntare sulla costruzione di una cultura e di un tessuto sociale che accolgano e stimolino l’innovazione continua e il cambiamento.

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L'EDITORIALE

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